Il tempo della psicoterapia
Qual è il tempo della psicoterapia?
PSICOTERAPIA
Gionata Merico
3/24/20264 min read
Il tempo della psicoterapia
Qual è il tempo della psicoterapia?
Quand’è il momento di iniziare un percorso di psicoterapia?
Quand’è il momento di condividere il proprio dolore?
Nella vita di ciascuno di noi arriva un momento in cui sentiamo il bisogno di avere a che fare con il nostro dolore.
E perché mai la psicoterapia può essere utile a ciò?
Se intendiamo la psicoterapia come un’esperienza emozionale correttiva, non perché in noi ci sia qualcosa di sbagliato da correggere, ma piuttosto qualcosa da reggere insieme, un peso talmente gravoso da sentire il desiderio di condividerlo emotivamente, per ridimensionarne la portata.
Se con psicoterapia intendiamo tutto questo, ecco che si fa strada in noi il tempo della psicoterapia.
Sentiamo nella nostra vita che non c’è più tempo per rimandare.
Un po' perché tutti i tentativi di auto-terapia si sono rivelati vani, un po’ perché nessuno si salva da solo.
«Paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare.»
Con questo paradosso, Erich Fromm ci dice che per amare occorre innanzitutto amarsi.
Sentire maturo il tempo della psicoterapia è un grande atto di amor proprio.
C’è, tuttavia, un ulteriore paradosso.
La scelta della psicoterapia implica un desiderio di liberazione dal dolore, un non volerne avere più a che fare. Ma, nel percorso psicoterapeutico, spesso si chiede di volere avere a che fare con il proprio dolore, in quanto il desiderio di liberarsene è ciò che ha reso vani tutti i tentativi di auto-terapia.
Ecco che allora la questione si complica.
Il tempo della psicoterapia è il tempo in cui scelgo di amarmi, in cui affronto la paura di stare da solo come condizione ostativa alla capacità di amare.
In altri termini, potremmo dire con Winnicott che la psicoterapia è un percorso fatto insieme per imparare a stare da soli, la capacità di essere soli in presenza dell'altro.
E l’amore è un’arte, proprio come la psicoterapia.
Affidare se stessi agli altri (nello specifico a psicoterapeuti), confidando nella loro capacità di partecipare emotivamente al proprio dolore, significa in questa prospettiva iniziare ad amarsi, scorgendo l’impossibilità di salvarsi da soli e, dunque, la relazione come strumento necessario alla creazione di una propria serenità.
E cosa cura in psicoterapia? Proprio la relazione.
La relazione psicoterapeutica è il luogo dove può dispiegarsi l’esperienza emozionale correttiva di cui sopra, un incontro mite con un Altro benevolo e indulgente.
Se incontro un Altro affabile e accogliente, non giudicante e non svalutante, con il quale è possibile instaurare una buona relazione, allora posso imparare ad amarmi, posso trovare il mio posto nel mondo e nel disordine che denuncio.
Ma quindi cosa distingue la relazione psicoterapeutica da una relazione con un altro significativo?
Perché non basta un buon amico o un partner per guarire?
La distinzione non sta nella bontà della relazione, ma nella natura e nello scopo del legame. Ecco i 5 pilastri che distinguono una relazione terapeutica da una affettivamente significativa:
1. L'Asimmetria Etica (La "Relazione a una via")
In un'amicizia o in amore, c'è reciprocità: io ascolto te, tu ascolti me; io mi prendo cura di te, tu di me.
In terapia, l'asimmetria è totale:
Tutto ciò che accade in stanza è al servizio della comprensione del paziente.
Il terapeuta mette da parte i propri bisogni di conferma, di sfogo o di amore per lasciare spazio a quelli del paziente. Se un amico ti consiglia qualcosa, spesso lo fa basandosi sui suoi valori; il terapeuta ti aiuta a trovare i tuoi.
2. Il "Setting" come Spazio Sacro
Un Altro significativo è parte della tua vita quotidiana: ti scrive messaggi, cenate insieme, condividete la realtà.
Il terapeuta esiste in uno spazio-tempo sospeso:
Il confine (l'ora fissa, il pagamento, il non vedersi fuori) non è una fredda regola burocratica, ma ciò che rende la relazione "sicura".
Sapere che il terapeuta non sparirà se ti arrabbi e che non diventerà il tuo partner ti dà la libertà paradossale di essere "terribile", fragile o folle senza conseguenze nel mondo reale.
3. L'Uso del Controtransfert e della Tecnica
Mentre un partner reagisce ai tuoi comportamenti in modo spontaneo (se lo offendi, si offende), il terapeuta usa la propria reazione come strumento di lavoro.
Se tu provochi il tuo partner, lui reagisce e litigate.
Se provochi il terapeuta (Mitchell direbbe che stai facendo un enactment), lui sente la rabbia ma, invece di restituirtela, la analizza: "Cosa stiamo cercando di fare insieme? Perché hai bisogno di allontanarmi proprio ora?".
4. La "Neutralità"
La neutralità del terapeuta non è silenzio, ma astensione dallo schieramento.
In una relazione significativa, le persone prendono posizione ("Hai ragione tu", "Tua madre sbaglia"). Il terapeuta resta in una posizione di curiosità irriverente: osserva le diverse parti di te senza giudicarne nessuna. Questo permette al paziente di guardarsi allo specchio senza sentire il peso del giudizio dell'Altro.
5. Il fine ultimo: L'Autonomia (Il Paradosso del Congedo)
Le relazioni significative nascono per durare il più a lungo possibile. La relazione terapeutica è l'unica che nasce per finire.
Il successo di un terapeuta sta nel diventare inutile. L'obiettivo è che il paziente interiorizzi la funzione del terapeuta (la capacità di ascoltarsi, di non giudicarsi, di contenere l'angoscia) e possa portarla con sé nel mondo, senza più aver bisogno della persona fisica del clinico.
In sintesi: Una "Relazione di Prova"
Puoi vedere la psicoterapia come un laboratorio protetto. È una relazione "vera" (perché i sentimenti sono reali), ma è anche una "palestra" dove puoi sperimentare nuovi modi di stare con gli altri senza il rischio che la tua vita privata vada in frantumi.
Nancy McWilliams direbbe che la differenza è che il terapeuta è un "oggetto nuovo" ma anche un "oggetto vecchio": è qualcuno che ti ricorda il passato (in modo da poter elaborarlo) ma agisce in modo diverso dai tuoi Altri significativi (in modo da poter stare meglio).
Ti sembra che questa distinzione tolga "magia" alla terapia o, al contrario, la renda più preziosa proprio perché ha una struttura e delle regole proprie?